Celebrate All of My (many many many) Days!

La data è arrivata, quella che ho guardato da lontano con timore per mesi, fino ad oggi.
Oggi, è il 4 settembre. Sabato, come era sabato “quel” famoso 4 settembre.

2021: le “ragazze” stanno tornando, ma tornare ragazze non si può

Allora è proprio vero, torna Sex and the City!
L’ho letto sulla rete qualche giorno fa e subito ho messo “mi piace” agli account IG ufficiali di And Just Like That. Non ci sarà Samantha e questo fa un po’ specie, ma le “ragazze” tornano. E avranno 50 anni.

Ho scoperto la serie cult relativamente tardi, ma subito è stata passione a prima vista. Mi è piaciuto anche il film, il primo.
In quelle ragazze ho visto tanto di noi, nate ad inizi anni 70, come loro.
Ho visto tanto delle mie amiche, in molti casi; in alcune ho potuto individuare l’esatta corrispondenza con il personaggio.
Meno su di me, che sono forse un po’ una versione all’acqua di rose di Carrie e neanche poi tanto.
Forse, sono di tutte un po’, nella maniera più sconclusionata possibile.

Sono contenta siano tornate, le ragazze.
Quando ho letto la conferma ufficiale, però, ho avvertito una stretta al cuore e una lacrima pungere prepotente.
Maledetta malinconia. Maledetti anni che passano.
Perché sì, le ragazze stanno tornando, ma tornare ragazze, ahimè, non si può.

Roberta? Nossignore, sono Silvia

Il 3 novembre è Santa Silvia, come mi hanno ricordato stamattina gli auguri via whatsapp della mamma e di qualche amica omonima.
Io, come tutti gli anni, me ne ero completamente dimenticata.

Dicevo, il 3 novembre è Santa Silvia. Non ho mai capito se martire, madre o vergine. In ogni caso, non rientro in nessuna delle tre categorie.

Mi chiamo Silvia – anzi, Silvia Iolanda (il secondo nome, che porto legalmente su tutti i documenti, è un omaggio alla nonna paterna) – e oggi questo nome me lo sento cucito addosso e ne vado fiera.
Non potrei, né vorrei, chiamarmi altrimenti.

Ne amo il suono e ne apprezzo anche le storpiature, tipo “Silvietta” (che mi fa sentire tanto coccolata) e “Salvietta”, come mi chiamava da piccolo uno “zio” acquisito. “Silvy” mi piace un po’ meno, ma non lo disdegno.

Silvia. Un nome diffuso, ma non inflazionato, non alla moda.
Un nome che mi piace e anche molto; non è stato sempre così.

28 ottobre 2016

28 ottobre 2016. 4 anni. 1460 giorni.

1460 giorni di peli per terra e svolazzanti per aria, dormite interminabili sul divano, ore e ore di passeggiate, corse sfrenate dietro alla palla in area cani, tonnellate di cacca raccolta, concerti abbaianti, ciotole stracolme di pappa, coccole, biscotti, salti, fotografie su fotografie, profilo Instagram e profilo Facebook, balletti, scodinzolate, russate, crocchette, puzzette.

1460 giorni di Jordan.

Buon Gotcha Day, Duca Conte di Bollate.
Averti a casa con noi è la cosa più bella che potesse capitarci.

Con infinito amore,
i tuoi #pawrents

 

A wannabe rockstar

Nei miei sogni c’è sempre stato quello di fare la tour manager dei Duran Duran, lo sapete.
Ma credo che mi sarebbe piaciuto molto anche fare la rockstar.

Amo la musica. Tutta, tranne – lo confesso – la latino-americana: alla terza bachata mi viene il ballo di San Vito.
Amo la musica. Mi entra nel sangue e mi fa venire voglia di muovere ogni singola fibra del mio corpo, anche le unghie dei mignoli dei piedi.

Sento il ritmo pulsare nelle vene, selvaggio.
Sulla pista mi chiamano “La Tarantolata“. Meglio dire mi chiamavano, perché in effetti è da molto che non scendo su una pista seria. Il tempo passa.

Amo tutti gli strumenti musicali, magari il triangolo no (in nessuna circostanza): il sax, il violino, il clarinetto, la chitarra elettrica, quella acustica, l’oboe, i bonghi, le percussioni.
Ma più di tutti, il basso.

Io parlo da sola

Come da titolo, io parlo da sola. Lo faccio spesso, spessissimo, sempre.

Me la canto e me la suono“. È la mia valvola di sfogo. 

Le parole che non ho (quasi mai) detto

Avevo scritto e pubblicato questo post la prima volta il 22 febbraio 2019.

A distanza di più di un anno lo ripropongo perché alla lista delle parole che non ho (quasi mai) detto (vedi sotto)  se ne sono nel frattempo aggiunte altre due o tre che mi rendono la vita difficile. Quindi questo è un aggiornamento.

Mestieri passatempo

“Ciaoooo, scusa se rompo, ma per caso hai avuto modo di leggere quella mail che ti ho inviato qualche giorno fa? Avrei bisogno di chiudere l’articolo”.
“Ah, no, figÜÜÜÜÜÜÜÜÜÜÜÜÜrati! Non immagini quante email ho ricevuto! Leggo dopo se riesco e ti dico!”

“Ciaooooo, hai visto la mia richiesta?”
Ahhhhhhh, noooooooo, ma quando?!?”
“L’ho mandata una settimana fa e poi ancora ieri”
“Ho dovuto lavorare, non ho visto niente, ma ti prometto che appena posso…”

“Ciao, ti va di partecipare all’iniziativa che sta per partire?”
“Quale?”
“Quella della mail di tre settimane fa, l’ho rimandata l’altro ieri”
Seeeeeeeeeee! Sono sommerso di lavoro”.

Un mo-men-to.

A mezzofondo da una vita

Avrò avuto 12 anni, seconda media. Maggio. Giardino lussureggiante dell’Istituto Maria Immacolata,  profumo voluttuoso di rose nell’aria.
Ora di educazione fisica, atletica leggera, prove di velocità e mezzofondo su ghiaia.
Batteria dopo batteria risultò che ero la più veloce, ma anche la più resistente: decisero di farmi gareggiare all’Arena di Milano – qualcosa di simile ai Giochi della Gioventù, credo – per il mezzofondo, che alla velocità ci avrebbero mandato Alessandra, anche lei veloce, ma non quanto me; d’altra parte, due gare non potevo sostenerle.

Quella mattina sono arrivata all’Arena senza essermi allenata prima come si richiede ad un vero atleta, perché i miei lavoravano e non avevano tempo di portarmi al parco a correre.

Ai blocchi di partenza: 3, 2, 1.. pam!

Questo articolo si doveva intitolare “Smart working is the new black”

Avrei voluto intitolare questo pensiero “Smart working is the new black”, titolo che ho letto sulle pagine di Millionaire rimanendone folgorata, ma mi sarebbe sembrata una scopiazzata troppo plateale e quindi ho lasciato perdere. Però è il titolo che avrei scelto e fatto mio!

Perché in effetti è così vero: oggi “siamo tutti smart worker” e  smart working è la parola più di tendenza del momento, sulla bocca di tutti.