

Dimenticare.
Dimenticare per una manciata di ore chi sei ogni giorno nel tuo “Ordinary World”: i crucci, le fatiche, le responsabilità. Le decisioni da prendere o che non hai preso o che mai prenderai.
Dimenticare.
Il giudizio degli altri, che di giudizio ne hanno meno di te.
Dimenticare di essere quello che gli altri pensano tu sia.
Dimenticare di essere quello che tu stessa pensi di essere.
E finalmente ricordare.
Ricordare chi sei e cosa sei stata.
Ricordare il principio di una storia, la tua.
Banale, imperfetta, preziosa, tortuosa, ma pur sempre tua. Unica e simile a quella di milioni di persone.
E lasciare andare.
Per poche ore, una manciata.
La mente, la voce, la tua essenza.
Trascinata dall’onda del suono, dal ritmo potente che rimbomba nelle viscere, che corre e scorre ovunque e rivitalizza ogni fibra del tuo corpo, anche quelle che non sapevi di avere.
E per una manciata di ore, vivere.
Vivere in un “extraordinary world“, tutto tuo, dove tutto e solo il bello sempre sognato può succedere, con leggerezza.
Il 7 luglio 2026, all’Arena di Verona, ho vissuto tutto questo e molto di più.
Tanto di più, così incredibilmente di più, che mettere nero su bianco le sensazioni diventa difficile, rischio di buttare fuori qualcosa di banale e riduttivo.
Ma ci provo. Glielo devo e me lo devo.
Una notte incredibile, in un luogo incredibile, con una band incredibile.
La band che è la colonna sonora della mia vita da oltre 40 anni.
Musicisti veri, di mestiere, che si mangiano il palco, con il pathos, l’energia e la maestria dei grandi, di chi suona davvero.
Di chi non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno, con buona pace dei detrattori di professione e per partito preso, perché ogni nota racconta già la loro storia.
Quella storia è anche la mia.
È questo, in fondo, che fanno certi concerti: non ti riportano indietro nel tempo, ti riportano a te e ti proiettano verso quello che sarà.
Il 7 luglio, di momenti incredibili ne ho vissuti un groviglio, di quelli che non hanno bisogno di essere districati.
Ho ballato e saltato per tutta la sera, concedendomi il lusso di sentirmi e muovermi come la ventenne che sono stata e che per molti versi spesso ancora mi sento. Nella testa praticamente sempre; nel fisico, mi rendo conto che qualcosa ogni tanto comincia ad incepparsi. Niente di che, per fortuna, ma insomma, non sono più quella che ero.
Eppure, il fisico ha retto, eccome se ha retto. Ha letto stramaledettamente bene.
Adrenalina a gogò. “Tarantolaggine” allo stato puro.
Mi sono divertita. Mi sono sentita libera. Mi sono sentita io.
Mi porto a casa la felicità di aver condiviso tutto questo con una cara amica, di aver ritrovato persone conosciute negli anni, di aver scoperto ancora una volta quanto la musica riesca a creare legami che resistono al tempo. Legami a superficialità alternata, eppure legami.
E poi c’è quel momento.
Quello che non racconterò. Molto personale eppure così plateale.
Non lo racconto qui perché non ci credo ancora neanch’io, ma che mi ha fatto partire le extrasistole.
Chi era di fianco a me o ha visto la scena, sa di cosa sto parlando.
E poi è giusto che certi ricordi restino così: incredibili, quasi irreali, custoditi più che raccontati.
Dimenticare. Ricordare. Vivere.
Verona, 7 luglio 2026.
Sempre e per sempre, #proudtobeaduranie
“And I don’t cry for yesterday, there’s an ordinary world
Somehow I have to find
And as I try to make my way to the ordinary world
I will learn to survive”
(Ordinary World, Duran Duran)
